Era un tiepido pomeriggio primaverile dell’anno 2003, quando, come consuetudine, con Fulvio eravamo saliti sul Monte Campo dei Fiori per fare attività radioamatoriale. Mentre armeggiavo con la radio nella piccola baracca in legno ai piedi della Vetta dell’Aviatore, mi pareva di percepire una una presenza silenziosa alle mie spalle e voltandomi, un monaco tibetano, avvolto nella sua veste arancione, era lì, sull’uscio, con le mani giunte sul petto e il capo chino in segno di saluto. In un italiano perfetto e un timbro di voce molto pacato chiese se mi avesse recato disturbo qualora si fosse seduto con i ragazzi sotto il grande albero dietro la baracca.
Stupita della sua domanda, risposi che forse li avrei disturbati con la mia attività e in ogni caso avrei prestato la massima attenzione affinché ciò non accadesse.
Mentre attendevo che Fulvio installasse le sue varie antenne filari auto costruite da provare, di tanto in tanto uscivo e mi soffermavo ad osservare discretamente quel monaco. Il suo modo di parlare trasmetteva un gran senso di pace e serenità, catalizzando l’attenzione dei ragazzi seduti a gambe incrociate tutti intorno. Era grande la tentazione di chiedere il permesso di unirmi a loro.
Quell’incontro fortuito non mi lasciò indifferente, tutt’altro, era stato come un seme che a poco a poco, germogliando, aveva fatto crescere in me il desiderio approfondire la conoscenza sul Buddhismo, che fino a quel momento si era limitata alla lettura di Siddharta di Hermann Hesse.
In quegli anni lavoravo ancora e la passione per la radio assorbiva la maggior parte del mio tempo libero, ma trovavo ugualmente il tempo di leggere qualche testo, orientandomi dapprima sui libri di mindfulness del Maestro zen Tetsugen Serra e a seguire di vari autori pubblicati nel 2019 nella raccolta Itinerari del Corriere della Sera dedicati a questa pratica e alla meditazione.
Una volta andata in pensione ad ottobre 2019 ho iniziato a dedicarmi agli insegnamenti appresi da queste letture, a vivere nel qui e ora e a meditare, percependo i benefici di questa pratica introspettiva, che all’inizio ho adottato come filosofia di vita, per poi indirizzarmi negli ultimi due anni allo studio dello Zen Soto su testi consigliatami dalla monaca e Maestra Zen Gyoetsu Epifanìa.
Lo zen mi ha insegnato molto, soprattutto l’impermanenza, la compassione e la gratitudine, cambiandomi radicalmente. Anche se per molto tempo mi è mancata la possibilità di frequentare in presenza un monastero, grazie ai video pubblicati nei canali YouTube del Centro Zen Anshin di Roma e del Maestro Doryu Cappelli mi sento parte del loro Sangha, la loro comunità.
Ma non solo, un ruolo molto importante nei miei studi l’ha avuto anche il Maestro Thich Nhat Hanh, con i suoi libri e i suoi insegnamenti, video raccolti nel canale del Plum Village. Il monaco vietnamita, del quale ricorrerà il 22 gennaio il secondo l’anniversario della sua morte, è stato per tutta la sua vita un importante attivista per la pace, al punto che nel 1967 venne candidato al premio Nobel da Martin Luther King.
In me c’è un piccolo bambino.
La sua mano sinistra solleva il velo della notte.
La sua mano destra porta un girasole, la sua torcia.
I suoi occhi sono due stelle.
Chiediamo,
“Cosa stai cercando? dove stai andando?
dov’è la vera sorgente? e la destinazione finale?
quali strade portano a casa?”
Il bimbo sorride soltanto. Il fiore nelle sue mani
diventa un sole luminoso,
e il bimbo continua il suo cammino,
il suo sentiero tra le stelle.
Thich Nhat Hanh
Emanuela Trevisan Ghiringhelli


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