É appena scoccato il ventunesimo secolo quando un giovane e brillante gestore patrimoniale, impiegato da tempo in una importante agenzia della Banca Popolare di Luino e di Varese della Città Giardino, si stanca della solita routine delle quotidiane mansioni di bancario. Vittore Ambrogio Motta, questo è il suo nome, sebbene poco più che trentenne é ambizioso e determinato a mettersi in gioco nel panorama finanziario internazionale, decide di dare una svolta alla sua vita professionale trasferendosi in Canton Ticino alle dipendenze una quasi sconosciuta società fiduciaria finanziaria con sede a Lugano e specializzata nella gestione patrimoniale di clienti privati internazionali.
L’attentato alla Torri gemelle di New York prima e i provvedimenti varati dal governo italiano per far rientrare i capitali segregati all’estero gli rendono la strada della gavetta un pò in salita, costellata di incontri impegnativi da gestire e di operazioni complesse e borderline da finalizzare con successo, una situazione nuova, tipicamente offshore, che il Motta solo lontanamente immaginava prima di arrivare a Lugano e gravata da lì a poco tempo dall’improvvisa scomparsa del presidente della fiduciaria, l’ultra sessantenne Brenno Gelmini, una morte ufficialmente derubricata a suicidio per non ben specificati motivi legati al lavoro e ritenuta dal giovane consulente una soluzione del caso di comodo trovata in fretta e furia dalle autorità competenti , avvallata da ricostruzioni interessate dei soliti bene informati di pettegolezzi bancari e fiduciari della piazza.
Il Motta non crede neppure alle prevedibili risposte evasive dei colleghi e alle raccomandazioni dell’ambiguo vicedirettore della società Roberto Gioia, detto “il vecchio” per essere il più anziano e il più scafato tra i partner della società. Una vecchia volpe che non si limita a gestire solo gli affari, ma anche persone, relazioni, trame, segreti, ricatti, oltre ad essere l’alter ego di Gelmini, la fedele eminenza grigia che maneggia il potere con lo stile felpato e pragmatico di un cardinale francese seicentesco, dall’armadio pieno di scheletri custoditi dagli anni Sessanta in poi tra l’Italia e la Svizzera.
Perspicace, il giovane Motta fiuta fin da subito nell’affare Gelmini la regia occulta di possibili depistaggi, sospettando la volontà di insabbiamento da parte del potere costituito. Sorpreso dal puritanesimo di facciata e dalla impenetrabile omertà riscontrata ovunque nella piazza finanziaria ticinese, giunge alla conclusione che nessuno abbia interesse a vedere l’elefante nella stanza.
Determinato a vederci chiaro, se non altro per curiosità personale, inizia ad informarsi, indagare, ricostruire le reti relazionali di un mondo fino a quel momento a lui quasi sconosciuto o solamente immaginato e derubricato a leggenda metropolitana buona solo quale trama per una fiction.
Grazie all’aiuto di una giovane giornalista grigionese, Lisa Margna e da Flavio Ferrari, tenace e ambiguo agente dei servizi segreti italiani dal passato misterioso e dal presente poco chiaro in Ticino, il giovane Motta da semplice osservatore mosso da ragioni personali, come l’obiettivo di non perdere il posto di lavoro, inizia a sbrogliare la matassa del caso Gelmini sebbene il caso sia in mano a Patricia Sonzini, procuratrice pubblica ansiosa di metterci velocemente una pietra sopra.
Da qui ha inizio un’altra storia, una trama che si dipana con lo stile di un thriller finanziario in un universo opaco, pieno di trappole e sabbie mobili, che non voglio anticipare per lasciare un pò di suspence, che vede il giovane gestore patrimoniale varesino mettersi all’opera insieme alla giornalista Margna, divenuta nel frattempo la sua compagna, seguire tutte le tracce possibili edcimmaginabili, studiare e verificare piste il più delle volte molto complesse e pericolose.
Alla fine il Motta, ormai esperto e disincantato, tornerà a vivere nel Varesotto e si occuperà d’altro. Nessuno probabilmente saprà mai come siano andati veramente i fatti qui raccontati perché l’imperativo che conta da tempo immemore è unicamente quello di preservare la reputazione di Lugano e della sua piazza e non quello di divulgare fatti, dimostrare teoremi, risolvere indagini e condannare papaveri e istituzioni di primo piano, insomma di creare le condizioni per il proliferare di scandali che possono minare per sempre la credibilità della finanza elvetica.
Ispirato a vicende e fatti realmente accaduti, ma opportunamente celati e romanzati, questa avvincente storia dura, cinica e raccontata senza fronzoli, sa catturare la costante attenzione del lettore, anche se potrà apparire negativa allo sguardo dei benpensanti o di chi ha occhi e orecchie foderati di prosciutto.
Chi troverà appassionante questa ultima opera di Claudio Bollentini non potrà che apprezzare anche “Il doroteo. Storia e confidenze di un uomo di potere” e “Spin doctor. L’ingenuità perduta”, disponibili su Amazon (https://www.amazon.it/Libri-Claudio-Bollentini/s?rh=n:411663031,p_27:Claudio+Bollentini) assieme a “L’uomo di Lugano. Il denaro non puzza” e a tutte le precedenti opere dell’autore milanese, varesino d’adozione o, forse meglio, Insubre DOC!
Emanuela Trevisan Ghiringhelli


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