La gentilezza dovrebbe diventare il modo naturale della vita, non l’eccezione (Buddha)

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Ho fame di gentilezza, quell’impalpabile carezza per l’anima. Quanto vorrei un mondo dove tutti si ponessero con garbo e rispetto.
Tutti gli esseri viventi ne hanno bisogno. Come recita la citazione che ho scelto come titolo, la gentilezza dovrebbe essere innata, un’attitudine che crea empatia e rende felici sia chi la riceve e la offre, migliorando il benessere emotivo.
Lo so, non è facile essere sempre predisposti a porsi con garbo, talvolta i problemi e l’ansia prevaricano e spingono a comportarci inconsciamente in modo quasi aggressivo. Spesso basta fare un respiro profondo per cambiare atteggiamento, altre volte è più difficile.
La consapevolezza mi ha insegnato la calma, la ponderazione e la gentilezza che metto in atto anche quando cammino. Ho l’abitudine di guardare sempre per terra, dove metto i piedi. In parte per evitare i buchi delle strade, soprattutto per evitare di pestare accidentalmente un insetto che in quel momento si trova sul mio percorso. Lo stesso quando passeggio in un contesto naturale, faccio attenzione a non calpestare i fiori, come le tante pratoline che costellano i prati in questo periodo che precede la primavera, simbolo della semplicità e della purezza, come dovrebbe essere la gentilezza, semplice e pura.
Questo piccolo fiore, che gli anglosassoni chiamano Daisy da day’s eye, per la sua peculiarità di chiudere la sua corolla all’imbrunire e riaprirla al sorgere del sole, per me è l’emblema della gentilezza. Sembra che sorrida tra il verde dei prati, una sorta di saluto a chi passa nelle sue vicinanze e alla primavera che sta per arrivare.

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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