Fotografia mon amour


Sicuramente la fotografia è scritta da qualche parte nel mio DNA,
Avevo sette anni quando i miei zii mi regalarono una 35 mm Voigtländer Vito C, che usavo con molta parsimonia quando ero in vacanza e nelle frequenti gite fuori porta per scattare la classiche “cartoline” dei luoghi visitati.
I rullini della Kodak costavano parecchio, anche lo sviluppo e la stampa delle fotografie, che ai tempi avevano la data impressa sulla cornice bianca della foto. Non potevo prendermi il lusso di sbagliare uno scatto, rischiavo che mi venisse sequestrata la fotocamera per non buttar via soldi nelle stampe, quindi chiesi aiuto a mio zio fotografo, Giorgio Casali, affermato professionista. Molto pazientemente mi spiegò innanzitutto l’utilità di quella rotella in alto a sinistra della fotocamera, ovvero l’impostazione dei tempi d’esposizione, suggerendomi che se il cielo era nuvoloso avrei dovuto usare 1/60 sec., se soleggiato 1/125 sec., se molto soleggiato, al mare o in alta montagna, 1/250 sec., dicendomi di non usare mai 1/30 sec., perché avrei rischiato di ottenere una fotografia mossa ed evitò di entrare nel merito del tempo di posa B.
Più complessa fu la spiegazione dell’impostazione dei diaframmi da f/3.5 a f/22, ma zio Giorgio amava infinitamente la fotografia e questo suo grande amore fece sì che trovò il modo giusto per insegnarlo a una bambinetta di sette anni, innanzitutto facendomi capire come funzionassero i diaframmi con l’aiuto di un foglio arrotolato molto stretto che paragonò a f/22 e facendomelo usare come monocolo. Poi a poco a poco lo srarotolò sempre più largo fino a raggiungere un ipotetico f/3.5. Alla fine della spiegazione avevo ben chiaro in mente che se il soggetto era ben vicino avrei dovuto impostare f/3.5, se all’orizzonte f/22, prestando comunque molta attenzione alle indicazioni della ghiera che indicava il range di messa a fuoco. Per quanto riguardava la pellicola, la inseriva sempre il negoziante che regolava sia il numero delle scatti e la sensibilità, che presumo fosse sempre una ISO 100.
A quattordici anni iniziavo a desiderare una reflex, soprattutto volevo imparare a scattare belle foto, non solo le classiche cartoline e consultandomi con zio Giorgio, mi propose di frequentare il suo studio fotografico nei pomeriggi. Per quanto riguardava l’acquisto di una reflex, diede carta bianca ai miei genitori che dovevano farsi carico dell’onere. Mi presero una Kiev 10 di seconda mano e che un turista russo, al quale avevano rubato il portafoglio, vendette sottocosto a un amico di mio padre, edicolante ai binari della stazione centrale di Milano, per poter acquistare il biglietto di ritorno in patria.
Già da allora innamorata delle Nikon, la mia delusione fu grande, soprattutto per il peso della fotocamera, la lunghezza della corsa dell’otturatore e dover convertire ogni volta il valore della sensibilità della pellicola da ISO/ASA in DIN per impostarla.
Zio Giorgio mi disse che con pazienza avrei imparato a usarla pur con tutti i suoi difetti, sottolineando che una bella foto non è mai merito di una fotocamera, ma di chi la scatta.
Altro paletto che mise zio Giorgio era che da quel momento avrei usato solo rullini in bianco e nero, imparando a sviluppare io stessa le fotografie, seguendo gli insegnamenti di mio cugino Oreste.
Mi fece procurare solo due rullini Illford FP4, altrettanti HP5 e un paio di scatole della relativa carta fotografica e solo dopo aver imparato il lavoro certosino di bobinare a mano la pellicola sul supporto del rullino, i miei genitori iniziarono ad acquistarla a metri per risparmiare.
I miei pomeriggi si svolgevano sempre secondo una schema ben preciso. Arrivavo allo studio fotografico di via Col del Rosso verso le 14:30 e zio Giorgio mi dava un compito ben preciso sui soggetti da fotografare tra le architetture di Milano, principalmente palazzi e i vecchi cortili, quindi uscivo e al ritorno mi aspettava Oreste che mi seguiva prima nello sviluppo del rullino nel buio totale della camera oscura, quindi nella stampa delle fotografie, scartando di default gli scatti non meritevoli. Quando nello studio fotografico c’era qualche plastico che zio Giorgio doveva fotografare, non mi faceva uscire e dopo averlo osservato attentamente nel suo lavoro, dovevo cercare di replicarlo, un’attività che non mi piaceva, ma lo zio, giustamente, non voleva sentire ragioni. Dovevo farlo senza fiatare e soprattutto mettendoci il massimo impegno.
Tulle le stampe, negativi compresi, venivano vagliati molto attentamente da zio Giorgio, che mi indicava gli errori fornendomi quindi tutte le spiegazioni, in modo che non li ripetessi in futuro.
Iniziavo ad amare il bianco e nero sebbene consapevole che fosse più difficile del colore, in un’era dove non esistevano software digitali di foto ritocco. Sbagliare ad individuare il grigio medio nell’inquadratura, era ritenuto dallo zio un errore molto grave. Dovevo imparare a vedere il soggetto in bianco e nero già dal mirino.
Dopo circa un anno zio Giorgio cominciò a mostrami alcuni suoi importanti lavori, fotografie di architettura e design firmati dai più grandi nomi di architetti italiani che e sono diventate icone del Made In Italy nel mondo, oltre a molti scatti occasionali durante i suoi tanti viaggi di lavoro o momenti di relax nella sua residenza di Lignano Pineta.
Molte delle sue fotografie trasmettevano un non so che di vitalità, conferita dall’uso di tempi d’esposizione lunghi nel ritrarre comparse in movimento. Per me questa tecnica fu amore a prima vista e iniziai ad emularla in alcune foto di strada tra le vie di Milano.
Nel frattempo la Kiev 10 mi andava sempre più stretta e l’unico modo che avevo per ambire a qualcosa di meglio era di lavorare durante le vacanze estive per guadagnare i soldi necessari all’acquisto. Trovai un posto di baby sitter a due bambini di 4 e un anno presso una famiglia milanese che soggiornava nella residenza estiva di Luvinate, in provincia di Varese. I due fratellini mi erano stati affidati giorno e notte, dormivo in camera con loro e dovevo occuparmi di tutto, sempre sotto gli occhi vigili dei nonni. Un impegno gravoso per una quindicenne, che comunque mi permise di comperare una Nikkormat FT2 di seconda mano, corredata anche da un obiettivo grandangolo.
Zio Giorgio non era mai parco di complimenti quando scattavo qualche bella foto, ma avevo imparato a leggere una certa luce nei suoi occhi e quando c’erano dei mossi, i suoi occhi brillavano. Per me equivaleva a una pacca sulla spalla di apprezzamento.


Si sbilanciò solo una volta. Una coppia di amici, un pò squattrinati, dovevano sposarsi civilmente nella splendida cornice di Villa Reale in Via Palestro. Una cinquantina di invitati che finita la cerimonia sarebbero dovuti tornarsene a casa in quanto non era previsto alcun rinfresco.
Lo sposo con l’abito della festa molto vissuto, lei con un semplicissimo abito da sposa lungo acquistato per pochi soldi ai Magazzini All’Onestà. Sebbene avessero quasi il doppio dei miei anni (come il resto dei miei amici), eravamo molto affiatati e pensai di regalare loro le foto del matrimonio, purché avessero accettato gli scatti in bianco e nero e di lasciarmi carta bianca, un dono che gradirono molto volentieri. Gli altri amici comuni che avrebbero assistito alla cerimonia, organizzarono a loro insaputa e per tutti gli invitati una cena “alla romana” in una trattoria con annessa balera dalle parti di Idroscalo, permettendo loro di avere un vero matrimonio tradizionale.
Arrivato il fatidico giorno e con la mia scorta di rullini, confesso che le gambe mi tremavano come non mai, in quanto non potevo permettermi di sbagliare e soprattutto dovevo riuscire a fare il servizio fotografico che avevo ben in testa: nessuna foto posata, nemmeno per quelle di rito con il celebrante, tutti scatti colti nella massima naturalezza della giornata. Scattai la classica foto di gruppo davanti a Villa Reale mentre gli invitati prendevano posto, quindi volti spontaneamente sorridenti, chi parlava con la persona accanto, chi sistemava l’abito alla sposa o la cravatta allo sposo e la sera feci lo stesso gironzolando tra i tavoli e mentre sposi e invitati ballavano.
Anche Oreste si accorse che stavo sudando freddo quando il giorno dopo entrammo in camera oscura per lo sviluppo e stampa. Fu un lavoro lungo e meticoloso sotto la sua stretta supervisione e alla fine quelle stampe sotto la luce rossa e appese al filo ad asciugare mi fecero piangere dalla gioia: erano proprio come me le ero immaginate con quel leggero mosso che le rendeva vive. Quando zio Giorgio valutò attentamente il mio lavoro, ispezionando come sempre anche tutti i negativi, i suoi occhi emanavano quella luce giusta e alla fine mi disse per la prima (e ultima) volta: “Brava!”.
Il bianco e nero e il mosso nelle fotografie mi hanno segnato per sempre ed è quello che amo ricercare ancora oggi in negli scatti di foto di strada e non solo.
Sarò grata a vita a Giorgio e Oreste Casali per tutti i preziosi insegnamenti e per aver fatto crescere ulteriormente in me l’amore per la magnifica Arte della Fotografia, per avermi accolto nel loro studio fotografico, facendomi trascorrere i due anni più belli della mia adolescenza.
Ora a distanza di mezzo secolo voglio dedicarmi ancora a scattare foto in bianco nero, facendomi trasportare da quelle emozioni che mi spingono premere il tasto dell’otturatore della mia Nikon Z50. Ho deciso di dedicare una pagina del blog a questi scatti, My B&W, che sarà in continuo aggiornamento e che vuole essere anche un tributo a Giorgio Casali, considerato uno dei più grandi fotografi italiani di architettura e design del Novecento e a suo figlio Oreste, miei grandi Maestri.

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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