Se ascoltiamo dalla mente silenziosa, ogni canto di uccello e ogni sussurro dei rami di pino nel vento ci parleranno (Thich Nhat Hanh)


Ormai sono quasi due mesi che sono fiorite le due piante di orchidee che vivono nel nostro acquario. Due meravigliosi rami, uno composto da dieci fiori bianchi e l’altro da soli due ma che nulla ha da che invidiare dalla pianta più rigogliosa. Da giorni mi ero promessa di scattare qualche foto del nostro soggiorno impreziosito da questa fioritura, scatti che volevo fare rispolverando gli insegnamenti di zio Giorgio e che avevo ben impressi in mente, osservando attentamente anche le sue inquadrature delle fotografie di arredamento pubblicate nei libri a lui dedicati. Ho rimandato per giorni questo mio compito che mi ero prefissata di portare a termine quasi per una sorta di un dovere di riconoscenza nei suoi confronti, per dimostrargli che i suoi insegnamenti non erano stati vani anche a distanza di mezzo secolo. Ogni giorno percepivo che non fosse quello giusto, fino a l’altro ieri, quando, pur non avendo alcun estro particolare, ho montato la macchina fotografica sul cavalletto e mi sono messa all’opera. Regolato il diaframma e controllato il tempo d’esposizione, ho iniziato a scattare ma percepivo una strana sensazione, una sorta di ansia che m’impediva di concentrarmi su ciò che stavo facendo, quasi si trattasse di un rifiuto. Era inutile continuare, ho riposto cavalletto e fotocamera senza nemmeno scaricare le foto. Non so ancora come siano venute quelle fotografie che avrei salvato in bianco e nero e tanto meno ne sono incuriosita. Senza più pensarci ho comunque trovato la spiegazione in tutto questo. Ho avuto due grandi Maestri: zio Giorgio e mio cugino Oreste in camera oscura, ma ormai sono trascorsi cinquant’anni. Non sono riuscita a realizzare il mio sogno di fare della fotografia la mia professione e tanto meno mi sono applicata per coltivarla con assiduità come hobby. A cosa serve oggi sforzarmi di emulare gli scatti di zio Giorgio come una sorta di riconoscenza? Non riuscirei mai nell’intento perché la fotografia di architettura e design non è insita in me. Mi sento un tutt’uno con la mia Nikon o cellulare solo quando scatto foto che mi fanno emozionare, che vedo con gli occhi del mio cuore e soprattutto per le quali non chiedo alcuna approvazione. Non ci dev’essere un momento stabilito o una tecnica particolare per scattare questo tipo di fotografie, anch’esse nascono nel “qui e ora” e fanno parte di una narrazione intima del mio quotidiano che m’induce a fermare quell’attimo fuggente che mi sta donando una forte emozione, una testimonianza che avrà un valore immenso solo per me. Quasi sempre c’è la natura, luci e ombre che attirano la mia attenzione, oppure cieli e nuvole, tutti soggetti che testimoniano la bellezza dell’impermanenza e che magari mi suggeriscono anche un haiku. Questi saranno gli unici scatti che farò da oggi in poi. Solo ascoltando la mia mente silenziosa ho realizzato questa verità.

L’orchidea splende
giochi di sole e ombre
Canta il merlo

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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