Vado dove mi porta il cuore e nel segno de La Bìssa


I primi sedici anni della mia vita li ho trascorsi nella città meneghina che mi ha dato i natali e anche se fuori dal municipio, Palazzo Marino, sventolasse la bandiera bianca con la croce rossa, in cuor mio, come per molti milanesi, il vero simbolo di Milano era il Biscione, spesso menzionato in dialetto milanese come El Bisson o La Bìssa.
Pur avendo sempre odiato questo rettile e presa da un’incontrollabile ribrezzo fobico ogni volta che incontrassi una vipera o una biscia sui sentieri dei nostri trekking, quello stemma identitario dei Visconti, Signori di Milano, mi aveva ammaliato sin da bambina riprodotto sui tram poi crescendo, me lo ritrovavo dovunque, riportato su tutti i monumenti simbolo della città: il Duomo, il castello Sforzesco, le chiese di Sant’Ambrogio e Sant’Eustorgio, la stazione Centrale, tanto per citarne alcuni. Lo consideravo quasi una parte emblematica della mia vita.
Quando sono diventata varesina di adozione, capitava spesso di fare gite domenicali nel Canton Ticino e percorrendo la strada cantonale che dal Gaggiolo porta a Lugano, poco prima del ponte di Melide si passava per un adorabile paesino lacustre, il mio preferito anche rispetto al più celeberrimo e osannato Morcote, finché un giorno ci siamo fermati per quella visita, da troppo tempo rimandata.
Quell’amena località sulle riva del lago Ceresio, si chiama, guarda caso, Bissone e famosa per aver dato i natali nel 1599 a Francesco Borromini, uno dei principali esponenti dell’architettura barocca.

Il nome del paese deriva da Blixuni, un antico villaggio citato in un documento longobardo del 735 d.C. e facente parte della Iudiciaria di Seprio, quello che in seguito divenne “Comitato” Franco e facente parte del Ducato longobardo di Milano.
Nello stemma comunale non poteva mancare il biscione, anzi due e lo si trova anche affrescato o su insegne tra i graziosi vicoli che gli conferiscono un sapore antico, come i portici lungo la strada cantonale.
Chissà perché mi sentivo sempre più legata a quel simbolo visconteo, citato anche da Dante Alighieri nel canto VIII del Purgatorio “la vipera che Melanesi accampa” (tradotto, che fa radunare in campo i milanesi in una sorta di chiamata alle armi) e che ritrovavo sempre sulla mia strada come fossimo legati da un invisibile fil rouge.
Nel 2018 realizzo finalmente il sogno di trasferirci a vivere ad Azzate, località che ho sempre adorato, dove abitava e lavorava mio marito prima che ci sposassimo e avevamo sperato invano di trovarvi casa anche 37 anni prima, dovendo poi ripiegare sulla vicina Buguggiate dove già abitavo da quando ci eravamo trasferiti da Milano.
Da quel giorno, appena posso, esco a passeggiare per le vie del paese con la mia inseparabile Nikon e non solo per godermi i romantici tramonti del Belvedere o la tranquillità della piana di Vegonno, ma soprattutto per ammirare tutto il centro storico, il castello, salire sulla collina del Montallegro poi giù, fino a Roncasnino.
Un luogo a me particolarmente caro è piazza Cairoli, conosciuta anche come Piazza Nuova. In una delle case del cortile che ospita i civici 22-26, nel 1957 è nato nel mio marito, uno dei pochi rimasti a vantare nel proprio codice fiscale il codice castastale A531 e ventun anni dopo nella stessa piazza ci siamo conosciuti. A quei tempi era il punto di ritrovo di un gruppo di ragazze e ragazzi azzatesi, più o meno miei coetanei ai quali mi ero unita in quanto a Buguggiate non conoscevo molti giovani poi da lì si partiva per altre destinazioni o si trascorreva la serata alla mitica e indimenticabile Trattoria Monti.
Solo poco tempo fa, giunta in piazza Cairoli la mia attenzione è stata attratta da una finestra gotica impreziosita da una bellissima tenda e che meritava una foto. Decido di scattarla utilizzando lo zoom e mentre inquadro nel mirino, scorgo poco più in alto lo stemma del biscione visconteo. Sembrava fosse lì ad aspettarmi per farmi capire che alla fine non fosse solo un caso che piazza Cairoli ed Azzate erano diventati due tasselli fondamentali della mia vita, c’era sempre La Bìssa a indicarmi la via.
Alla fine di questo tassello di storia della mia vita, che per alcuni potrebbe leggersi unicamente come destino, ho voluto cercare la mia personale morale della favola e l’ho trovata nelle parole della citazione di Paulo Coelho: Non desistere mai dai tuoi sogni, segui i segnali.

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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