Fotografie, icone di architettura e design, che evocano indimenticabili ricordi.


Sapevo che sarebbe arrivato oggi. Rispondo al citofono, mi precipito giù dalle scale, raccolgo il pacco lasciato dal corriere all’interno del cancello, salgo di corsa, apro il cartone ed ecco, finalmente ho tra le mani, tremanti dall’emozione, il libro dedicato al mio grande Maestro.
Lo apro e mi trovo davanti un ritratto significativo di zio Giorgio scattato da mio cugino Oreste, la curiosità mi porta a sfogliarlo velocemente, ritrovo le sue meravigliose foto di insuperabile bellezza e tecnicamente perfette che ho visto tante volte nel suo studio e che adesso mi trasmettono emozioni diverse.
Quanti magnifici ricordi indelebili ho in serbo delle tante giornate trascorse nello studio a pianterreno del civico 2 di via Col del Rosso a Milano, dove per un paio di anni mi recavo ogni pomeriggio per imparare l’arte fotografica. Mi sentivo a casa varcando quella soglia tra l’odore di fumo delle sigarette di Oreste e degli acidi per lo sviluppo, con i due inseparabili cani Cip e Ciop che ci scodinzolavano attorno, quell’affetto quasi paterno di zio Giorgio e la complicità che si era creata con mio cugino.
La fotografia è sicuramente scritta in modo indelebile nel mio DNA, sin da bambina iniziai a scattare con una Voigtländer Vito C a fuoco fisso, i miei soggetti erano i paesaggi delle mie vacanze, le mie compagne di scuola e di collegio e da adolescente maturai il desiderio di fare della fotografia il mio lavoro.
Zio Giorgio, che chiamavo così pur essendo primo cugino di mia madre, mi accolse nel suo studio per trasmettermi i rudimenti e i segreti di quest’arte, un Maestro molto esigente e severo, riteneva che solo non concedendomi sconti avrei fatto tesoro dei suoi insegnamenti.
Quando dovetti acquistare la mia prima reflex, lui scelse per me una fotocamera usata, una Kiev 10 molto pesante, munita di un otturatore con la corsa molto lunga che richiedeva attenzione e gomiti ben saldi contro i fianchi per non scattare foto mosse. Per prima cosa levò la batteria dell’esposimetro, mettendomi quindi nella condizione di dover ragionare ad ogni scatto, decidendo se dare priorità alla scelta del diaframma o al tempo d’esposizione e agire di conseguenza in funzione della sensibilità della pellicola che in quel momento avevo a disposizione.
Sapeva che il mio sogno nel cassetto era quello di possedere una Nikon F2 come quella usata da Maria Pia Fanfani con la quale collaborò per il libro delle Ambasciate estere a Roma, entusiasmo che spense subito dicendomi che una bella foto non dipendeva dalla fotocamera ma dall’occhio e dalla competenza di chi la scattava.
Ogni giorno mi dava dei compiti ben precisi: fotografare le case di ringhiera, i vecchi cortili, i navigli, monumenti e scorci del centro cittadino, oppure le più recenti opere architettoniche firmate dagli architetti Giò Ponti e Lodovico Barbiano di Belgiojoso con i quali collaborava.
Scatti rigorosamente in bianco e nero, macinando metri di pellicola Ilford FP4 o HP5 che mi faceva acquistare in pizze ed avvolgere sui rullini nella camera oscura completamente al buio. 
Tornata allo studio nel tardo pomeriggio e con i miei “compiti” svolti, passavo allo sviluppo e stampa delle foto, all’inizio sotto la supervisione di Oreste, quindi lasciata sola. Adoravo quei pomeriggi girando a piedi per Milano con la mia reflex al collo, così pure il rientro nello studio ed il tempo trascorso nella camera oscura, quasi inebriata dagli odori degli acidi di sviluppo e fissaggio.
I miei entusiasmi spesso venivano smorzati dalle critiche costruttive di mio zio; pareva non portassi mai a casa uno risultato decente, raramente gli scappava un brava, ma era giusto così, dovevo imparare un’arte fatta di tecnica, creatività ed ingegno.
In realtà una volta si prodigò con i complimenti. Avevo 15 anni, quando offrii le fotografie del matrimonio come dono di nozze a un giovane collaboratore di mio padre che non poteva permettersi il costo di un servizio fotografico. La cerimonia civile si svolse a Villa Reale di Via Palestro dove mi sbizzarrii a scattare foto non posate, con quel tocco di mosso che a me piaceva tanto. Mi aiutò Oreste nello sviluppo, non volevo che un ricordo così importante per quei ragazzi avesse dei difetti di stampa, ma zio Giorgio apprezzò molto quegli scatti e me lo dimostrò compiaciuto.
Spesso mi portava con sé quando andava a fare qualche servizio in esterno con tutta la sua attrezzatura stipata nel baule della Fiat 131 familiare, le valigette con la Linhof, Hasselblad e Zenza Bronica e l’immancabile Minox 35 EL nel taschino della sua camicia.
Qualche volta sono stata inconsapevole modella, scatti rubati nel suo studio, alcuni con espressioni buffe mentre studiavo le migliori inquadrature dei plastici da fotografare, ma tante sono le mie foto che portano la sua firma, dalle quelle del battesimo, al mio primo compleanno fino all’adolescenza.
Con Oreste avevo un ottimo rapporto, mi confidavo con lui come fosse mio fratello maggiore, spesso lo seguivo la domenica nelle camminate non competitive che adorava, mi aveva annoverato nel suo gruppo amatori marce che aveva fondato con l’acronimo GRAM e talvolta assecondava le mie richieste accompagnandomi a fotografare paesaggi di brughiera. Era un ottimo cuoco, talvolta mi fermavo a cena, mi sentivo a casa anche nel loro appartamento da rivista di arredamento di Via Bainsizza, dove ero riuscita a guadarmi anche la fiducia del gatto soriano Cirillo, che, penso di non sbagliare, ho riconosciuto a pag. 54 del libro, nella foto della lampada da tavolo Pelota dei designer Cesare Casati e Emanuele Ponzio.

Mi impegnavo sempre molto anche osservandolo nel suo lavoro, ero sempre più determinata a fare della fotografia la mia professione e mi parve di toccare il cielo con un dito quando zio Giorgio mi confessò che se gli avessi dimostrato il mio talento, avrebbe voluto che affiancassi Oreste nello studio quando si sarebbe ritirato per godersi la pensione.
Contrariamente i miei genitori speravano che la fotografia fosse solo un capriccio adolescenziale e comunque non la ritenevano una professione adatta al genere femminile, così demolirono il mio castello di sogni e mi tarparono le ali ponendo fine ai miei pomeriggi allo studio fotografico Casali. Questo episodio raffreddò i rapporti tra zio Giorgio con la mia famiglia, l’ultima volta che lo vidi fu ad aprile 1990 al funerale di mio padre. Dopo che ci lasciò il 12 maggio 1995 cercammo di stare vicini a Oreste, passammo insieme una bella domenica di inizio luglio, quando voleva strapparci la promessa che Fulvio ed io avremmo trascorso le ferie di agosto con lui a Lignano Pineta, dove ci avrebbe fatto trascorrere molto tempo navigando lungo le coste slave sulla sua barca a vela. Pochi giorni dopo ricevemmo la telefonata che ci avvisò del suo gesto estremo, lasciandoci attoniti e con il rammarico di non aver percepito nessun segno del suo grave disagio durante la sua recente visita. Due anni or sono ho trovato tra le carte di mia madre la lettera a lei intestata da parte di un avvocato che la invitava a presentarsi nel suo studio, in quanto risultavo destinataria del lascito della Hasselblad nel testamento di Oreste. Lei non me ne parlò mai e penso non abbia nemmeno contattato quel legale, lasciando cadere la cosa.
Ora a far compagnia ai tanti ricordi e ai suoi preziosi insegnamenti c’è questo libro che raccoglie gli scatti che vennero esposti dal 15 febbraio al 5 maggio 2013 al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona, quindi dal 24 maggio 2013 al 14 giugno 2013 a Venezia alla Sala espositiva dell’Archivio Progetti, evento inserito nel programma delle iniziative per la III Giornata nazionale degli archivi di Architettura, mostre curate da Antonio Maggi e Italo Zannier, infine dal 21 maggio all’8 settembre 2013 presso la prestigiosa Estorick Collection of Italian Modern Art di Londra.
Mostre che per problemi familiari non ho potuto visitare, così pure quella che si è tenuta presso la Fondazione Sozzani di Milano, Giorgio Casali, fotografie 1950 -1980, che ebbe luogo dal 15 aprile al 6 maggio 2018, una selezione di stampe provenienti dall’archivio Domus, la rivista di architettura con la quale mio zio legò indissolubilmente il suo nome e le cui copertine più famose da lui firmate sono presenti nel libro Giorgio Casali photographer/Domus 1951-1983, architecture, design and art in Italy.
Alzando lo sguardo al cielo avevo fatto una promessa a zio Giorgio, che una volta in pensione mi sarei dedicata seriamente alla fotografia, collezionando scatti degni dei sui insegnamenti, ma i lockdown hanno sconvolto i miei piani rimandandoli ancora un pò di tempo, è un impegno che ho preso con me stessa ed è il minimo che posso fare per dimostrargli la mia riconoscenza.
Per la foto di questo articolo ho scelto la seconda copertina del libro dove è pubblicato il ritratto di zio Giorgio fatto da Oreste, riempiendo lo spazio bianco con la mia Nikon Z50, la mirrorless con la quale mi impegnerò ad usare nel migliore dei modi per mantenere la mia promessa.
Voglio ringraziare l’architetto Daniele Passoni, amico di Oreste e il Professor Zannier, grazie ai quali l’archivio fotografico di zio Giorgio non è andato perduto e ha trovato la giusta collazione presso l’Archivio Progetti dell’Università IUAV di Venezia.

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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