Era il 4 aprile 1979, quando ho varcato per la prima volta la soglia dell’ufficio che mi avrebbe ospitato per vent’anni, ero consapevole che non avrei mai amato quel lavoro e avrei vissuto il mio tempo nella spasmodica attesa del venerdì e feste comandate. Purtroppo non mi era stato concesso il lusso di seguire il saggio consiglio di Confucio.
Certo non speravo di trovarmi davanti gli uffici della Ewing Oil di Dallas, quel mondo patinato della fortunata e seguitissima serie televisiva in voga in quegli anni, ma nemmeno mi sarei mai immaginata di trovarmi catapultata in un ambiente che sembrava uscito da un film degli anni ’50 e dove stavo per trascorrere il mio primo giorno di lavoro.
A 19 anni non mi era stato concesso di scegliere quale lavoro fare, mia madre mi trovò questo posto grazie a una sua amica che aveva la figlia, ragioniera, impiegata presso questa piccola officina meccanica di precisione che produceva parti di motore di moto e di piccole macchine agricole.
Non ero stata convocata per alcun colloquio preliminare con la proprietà, mi era stato solo comunicato di iniziare quel mercoledì 4 aprile alle 8:30 e di presentarmi con il libretto di lavoro, fino a quel giorno immacolato. Non sapevo nemmeno che inquadramento avrei avuto e tanto meno l’ammontare dello stipendio. Avevo trovato un “posto fisso”, mi hanno insegnato che tutto il resto era superfluo.
Arrivai in ufficio con largo anticipo, in quanto sapevo che Luisa, la figlia dell’amica di mia madre, faceva un orario particolare, spalmato su 4 giorni settimanali, cosa che gli permetteva di fare il tragitto con il marito, capo reparto in officina, pertanto iniziava alle 7:00 e terminava alle 19:00 dal lunedì al venerdì.
Appena arrivata mi accompagnò nel vecchio ampio garage che ospitava alcune auto degli operai e dove si trovava l’orologio per la timbratura del cartellino. Trovandoci in prossimità dell’officina meccanica, pensò di farmi dare una veloce occhiata al reparto attrezzeria (dove si preparavano gli stampi) dall’alto della scatoletta di ferro dell’ingresso laterale. Era la prima volta che vedevo l’interno di una fabbrica e rimasi stupita di una grossa scritta sul muro a caratteri cubitali che recitava: SE AVETE DUBBI, CHIEDETE.
Raggiungemmo l’ufficio, uno stanzone buio, arredato con pochi vecchi armadi in ferro, 4 scrivanie d’altri tempi e un bancone di ferro all’ingresso e in prossimità di quello che sarebbe stato il mio posto. Mi mostrò anche la direzione, un ampio luminoso ufficio arredato con due grandi scrivanie di design, quindi l’ufficio paghe, dove trovava posto anche una macchinetta del caffè espresso, ad uso esclusivo dei titolari e direttore.
Per il momento l’unico lato positivo che avevo individuato in questo posto di lavoro era la vicinanza a casa, solo 3 chilometri che percorrevo con un vecchio motorino Garelli, che mio padre mi aveva procurato nell’attesa di fare la patente. Avendolo acquistato da una persona che trafficava motorini rubati, aveva il numero di telai limato in quanto non provvisto il libretto di circolazione. L’unico modo per non spendere molti soldi e poco importavano le conseguenze che avrei avuto qualora mi avessero fermata per un controllo.
Poco minuti più tardi arrivarono anche le altre colleghe: una signora capufficio, “la cognata”, in quanto aveva sposato il fratello della titolare che lavorava come capo reparto delle spedizioni, una ragazza di qualche anno più grande di me che si occupava delle bolle di trasporto e fatture, quindi una signora che lavorava partime all’ufficio paghe.
In quel momento realizzai nuovamente di essere capitata in un ufficio d’altri tempi: tutte le impiegate indossavano un grembiule marrone aperto davanti con sopra due protezioni per la parte bassa delle maniche, in cotone verde scuro con elastico. Naturalmente venni subito invitata a procurarmi lo stesso abbigliamento e relativo accessorio.
La ragazza più giovane mi accompagnò alla mia scrivania e mi mostrò come usare il microfono che fungeva da citofono degli ingressi uffici e officina, quindi il grande centralino e da lì a poco iniziarono a squillare entrambe le linee telefoniche. Mi era già venuto il mal di testa memorizzando le procedure di mettere in attesa la telefonata, contattare l’interno desiderato per poi passarla, oppure riprendere la linea. Ancora stordita, si aprì la porta ed entrarono un’elengante signora brizzolata di mezza età seguita dal marito e sentendo balzare in piedi le mie colleghe per un corale buongiorno, avevo intuito che si trattasse dei proprietari. Andai loro incontro per presentarmi, quando alle mie spalle sopraggiunse “la cognata”, che dava loro del lei, dicendo «Questa è la ragazza nuova».
Porsi la mano alla Signora che, contraccambiando una stretta molto “molle” si limitò a dirmi: «Ti hanno detto del grembiule?» Solo in quel preciso momento mi accorsi della presenza di un cagnolino, uno Schnauzer nano color sale e pepe. Mi chinai per fargli una carezza ma Kirsch, così si chiamava, iniziò ad abbaiare arretrando e mostrandomi i denti.
Mi presentai al marito, sulla sessantina, che esordì dicendomi che da lì a 5 minuti avrei dovuto servir loro un caffè. Entrarono nel loro ufficio e “la cognata” mi portò nell’ufficio paghe dove c’era la piccola Faema per l’espresso, spiegandomi che per la Signora dovevo preparare un caffè normale con zucchero, per il Signore allungato con un goccio di acqua del rubinetto e senza zucchero.
Preparai le due bevande, posizionai i due bicchierini su un piccolo vassoio artistico in acciaio e, bussando, entrai nell’ufficio di direzione. Appena mi avvicinai alla scrivania della Signora sulla sinistra, realizzai che Kirsch aveva la cuccia lì sotto e appena percepì la mia vicinanza, iniziò ad abbaiare. Le lasciai il caffè e mi spostai a destra per servire il marito, che ruppe il ghiaccio dicendomi: «Sai, sei fortunata. Dopodomani è il compleanno di mia moglie e andremo tutti fuori a cena per festeggiare. Dovrai venire anche tu».
La giornata volò, sempre accompagnata da un fastidioso mal di testa dovuto alla tensione. Quando tornai a casa raccontai sommariamente il mio primo giorno di lavoro ai miei genitori, che non sembrarono molto interessati del mio resoconto e mia madre si premurò di darmi solo un consiglio: «Ricordati che il padrone ha sempre ragione».
La sera del 6 aprile andammo tutti al ristorante Centenate di Varese, dove mi venne assegnato il posto a tavola accanto ai titolari. Quando venne il momento di ordinare, attesi il mio turno memorizzando la mia scelta dal menù, ma purtroppo quando il cameriere mi chiese cosa volessi, rispose il mio capo: «Per la ragazza mezza porzione di risotto bianco all’inglese senza parmigiano e mezza svizzera di manzo ben cotta. Il resto dei due piatti, vanno ben amalgamati in una ciotola per il mio cane». Di quella cena non ricordo altro, avevo comunque capito che anche in futuro avrei sempre fatto a metà con Kirsch, che iniziava ad essere un pò più ben disposto nei miei confronti.
Termina qui la prima parte di questo racconto sul mio primo posto di lavoro, che da qui in avanti diventerà anche divertente per le tante stranezze nelle quali sono incappata.
Oggi, mentre ricordavo quel 4 aprile di quarantacinque anni fa, abbiamo fatto un giro in auto per goderci questa prima giornata soleggiata dopo tanto maltempo. Sorridendo dei miei ricordi, osservavo il paesaggio circostante e sebbene fossi senza Nikon, ho voluto scattare qualche foto con lo smartphone, pensando che la fotografia è sempre stata la professione dei miei sogni.
Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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