Chi scrisse il calendario pensava alla terra, ma guardava il cielo (Renzo Pezzani)


Quanti calendari mi sono passati tra le mani in questo ultimo mese, di pratici, con un piccolo spazio quotidiano dove annotare gli appuntamenti ed i memo, altri meno funzionali ma che davano risalto a splendide foto.
Sfogliandoli, mi si è accesa la curiosità di saperne di più sull’almanacco, così come usavano chiamarlo i nostri nonni e, come spesso accade nelle mie ricerche, man mano che mi addentravo nella sua storia, ho fatto scoperte molto affascinanti ci cui non ne ero a conoscenza.
É ormai noto che in quasi tutti i paesi del mondo è in uso il calendario solare, basato sul ciclo delle stagioni, che papa Gregorio XIII introdusse il 4 ottobre 1582 e sostituì, correggendolo, al calendario giuliano dell’astronomo egizio Sosigene di Alessandria e promulgato da Giulio Cesare nell’anno 46 a.C.
Ciò che non sapevo, è che dal Medioevo esiste un calendario più preciso del gregoriano, il Jalali (in onore del sultano selgiuchide Malik Shah Jalaludin che lo commissionò), detto anche persiano e per il quale occorrono due milioni di anni perché risulti inaccurato di un solo giorno.
Tuttora in vigore in Iran e Afghanistan, l’anno solare ha inizio con l’equinozio di primavera e la festività iraniana del Now Ruz (Nuovo giorno) che coincide con quello islamico, differenziandosi da quest’ultimo per essere anch’esso un calendario solare e non lunare.
Autore del calendario più preciso del mondo fu il persiano Umar Khayyām, che nel 1083, servendosi di una meridiana, un orologio ad acqua e un astrolabio, misurò la lunghezza dell’anno solare con la massima precisione, che coincide con il valore attuale fino alla sesta cifra decimale, ovvero 365,24219858156 giorni, differenza che può essere imputata al progressivo rallentamento della rotazione terrestre fino a determinare un aumento della durata del giorno di 2 millisecondi ogni secolo (fonte: iranwonderland.com)
Ma Umar Khayyām, nato a Nīsābūr nel Khorāsān nel 1048 e morto nel 1131, non fu solamente un eccellente astronomo, bensì anche un poeta mistico, appassionato di scacchi e uno dei più grandi matematici del Medioevo, autore del Trattato sulla dimostrazione dei problemi di algebra, una sorta di seguito del libro Al-Jebr cui di Al-Khwarizmi e da cui deriva la parola algebra.
Nell’XI secolo Umar Khayyām scrisse una raccolta di poesie, Rubʿayyāt o Quartine che Edward Fitzgerald tradusse in inglese nel 1859, interpretazione da molti ritenuta poco fedele al testo originario.
Il poeta persiano fu un grande cantore del vino, tema fondamentale di molte sue quartine assieme alla gioia dell’ebrezza.
In Andalusia nella Sierra Nevada vengono coltivati circa 10 ettari di vitigni Syrah sulle montagne de La Controviesa all’impressionante altitudine di 1368 metri sopra il livello del mare. Da questa coltivazione, che ha del miracoloso, viene prodotto un vino rosso pieno e austero, il Rubaiyat di Barranco Oscuro che porta il nome della raccolta della Quartine del poeta persiano, che ha affascinato anche anche due cantautori italiani. Infatti nel 1971 Fabrizio De Andrè inseriva una frase tratta da una poesia dedicata al vino nella sua canzone La collina, seguito nel 1976 da Francesco Guccini che aveva citato il poeta persiano nella sua Via Paolo Fabbri 43.
C’è un aneddoto su Umar Khayyām che narra di una sera mentre stava meditando su un libro. Lo chiuse improvvisamente, si fece dare carta e calamaio e si mise a scrivere il suo testamento, ma si addormentò ai piedi di un piccolo terrapieno sul quale c’erano alberi in fiore, dove passò dal sonno alla morte. In quel luogo venne costruito un mausoleo e lì fu tumulato, circondato da un meraviglioso giardino, un capolavoro di architettura persiana che ancor oggi è meta di pellegrinaggi.

Per parlarti chiaro e senza parabole
noi siamo per il Cielo i pezzi di un gioco
Esso con noi si trastulla sulla scacchiera dell’Essere
E poi torniamo ad uno ad uno nella scatola del Nulla.

Omar Hayyām

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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