La strana metamorfosi delle bocche di leone, da fiore meraviglioso a macabro teschio.

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Alzi la mano chi non ha mai giocato da bambino con un fiore di bocca di leone, comprimendo delicatamente ai lati la corolla per farla aprire e chiudere. Ricordi d’estate della mia infanzia trascorse sui colli di Parzanica che sovrastano il lago d’Iseo, sempre alla ricerca di queste piante per giocare a fare lo boccacce con questi bellissimi e coloratissimi fiori spontanei.
Il suo nome scientifico è Antirrhinum, ha un’etimologia greca che significa simile a un muso o a un naso, definizione data nel 1753 dal biologo e scrittore svedese Linneo, conosciuto anche come Carl von Linné, padre della nomenclatura botanica che lo classificò nella sua opera Species Plantarum, una raccolta di tutte le specie conosciute a quell’epoca.
Si narra che questa pianta, di genere maschile, associata al pianeta Marte e all’elemento fuoco, abbia poteri di protezione e secondo un rituale magico, mettendo una bocca di leone davanti a un piccolo specchio, si rispediscono al mittente fatture di malocchio.
Non poteva mancare una leggenda legata a questo fiore con protagonista Venere impegnata in un’interminabile e animata discussione con Plutone. Per farle tornare il sorriso, madre Terra fece sbocciare una pianta di bocca di leone tra i due litiganti portando pace e serenità, gli stessi sentimento che infonde vedendola fiorire in estate.
Considerato emblema del capriccio, nel linguaggio dei fiori simboleggia l’indifferenza a seguito di una tradizione medievale che vedeva le ragazze mettersi le bocche di leone tra i capelli per segnalare il loro disinteresse a un corteggiamento.
Da un paio d’anni ne coltivo una specie bicolore fucsia e gialla in un vaso sul balcone ad est, una posizione ideale per la mia pianta che fiorisce ininterrottamente da giugno a ottobre inoltrato, se le temperature si mantengono miti.

I teschi, la capsula del frutto che contiene i semi


Tanto é bello questo fiore, altrettanto inquietante sono i loro semi. Una volta sfiorito, cadono i petali e rimane ben visibile il baccello, che in poco tempo ingrigisce e assume la forma di un piccolo teschio, quasi si trattasse di un messaggio subliminale della natura di vita, morte e rinascita.
Di questa metamorfosi dal sapore macabro mi sono accorta solo oggi, quando per la prima volta ho staccato delicatamente tutti i piccoli teschi dalla mia pianta custodendoli in una busta di carta fino a febbraio, quando pianterò in un vaso i semi che contengono e che terrò in casa finché germoglieranno le nuove piantine. A primavera inoltrata le trapianterò e sistemerò i vasi all’esterno, aspettando che mi regalino meravigliose fioriture.

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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