Forse è vero che invecchiando si ritorna bambini. Mi sento tutt’altro che vecchia, tra qualche giorno avrò sessantacinque anni, ho superato abbondantemente la mezza età e sono consapevole che ho davanti meno primavere di quante possa ricordarmene.
Se analizzo il mio ritornare bambina, oltre a stupirmi per le cose semplici della vita, ho una gran fame di conoscenza. Ogni giorno mi chiedo almeno un perchè, al quale cerco di dare una risposta documentandomi e leggendo molto.
Ho appena terminato di rileggere un libro bellissimo, I cento veli di Massimiliano Comparin, sicuramente il romanzo giallo più ben scritto che mi sia mai capitato tra le mani.
Non si tratta di una novità editoriale, la prima pubblicazione risale al 2010, un libro non è mai vecchio e ritengo sia una storia senza tempo da leggere e soprattutto rileggere per mai dimenticare il massacro delle foibe, magistralmente documentato da Comparin grazie alla testimonianza che ha raccolto da Mario Viscovi, un esile istriano del secondo Dopoguerra e da Licia Cossetto, sorella di Norma, con la quale aveva stretto un rapporto di amicizia.
Il romanzo ha inizio a Milano, dove vive e lavora Alessandro Maiocchi, giovane manager rampante e viveur, fidanzato con Gaia, una bella mula originaria di Trieste che improvvisamente scompare nel giugno del 2007 senza lasciare alcun apparente indizio. Sembra sparita nel nulla, nessuno l’ha sentita, non risponde al cellulare e Alessandro si rende conto di non aver dato la giusta importanza al loro rapporto al punto di conoscere ben poco della vita della sua ragazza. A lui tocca il compito di avvisare la famiglia di Gaia della scomparsa della figlia, pur non avendo mai avuto precedenti contatti e di sporgerne denuncia alla locale caserma dei Carabinieri, dove incontra quel maresciallo Cantoni, con il quale instaura un rapporto di reciproca fiducia che poi decadrà nei confronti di Maiocchi.
Pieno di rimorsi e a seguito del ritrovamento di alcuni files sul computer portatile di Gaia, Alessandro parte per Trieste dove vuole seguire le tracce fino a quel momento a lui incomprensibili e contenute in una cartella nominata con una serie di numeri che apparentemente non hanno alcun senso.
Trieste viene descritta da Comparin con tratti quasi poetici da far innamorare anche chi non ha mai messo piede nella città dei matti. Una descrizione coinvolgente, che fa prevalere il profumo del mare su quello delle pagine del libro tra le mani del lettore.
In quella che fu l’antica Tergeste, Maiocchi s’imbatte anche nella sparizione di Marco, amico di Gaia e inizia a sbrogliare un’ingrovigliata matassa che lo porta a intraprendere un viaggio a ritroso nel tempo, a scovare tra gli orrori delle foibe per poi arrivare alla più tragica e inaspettata scoperta che mai avrebbe immaginato.
Tra tutte la documentazione storica presente nel libro, quella che mi ha più colpito ed emozionato è il capitolo trentasette che racconta la vicenda di un’eroina, Norma Cossetto, la ventiquattrenne studentessa universitaria istriana che nella notte tra il 4 e 5 ottobre 1943 venne barbaramente torturata e stuprata da 17 giovani aguzzini, quindi gettata in una foiba, presumibilmente ancora viva, dai partigiani di Josip Broz, passato alla storia come Maresciallo Tito.
Consiglio vivamente questo appassionante romanzo thriller, che come in un perfetto intarsio, ben inserisce pagine di storia delle foibe, un orrore nei confronti dell’umanità che per troppo tempo è stata la congiura del silenzio.
Conosco e stimo molto l’autore, Massimiliano Comparin, con il quale ho avuto il piacere di collaborare nell’anno che sono stata consigliere con delega alla Cultura del Comune di Buguggiate. Grazie a lui ho potuto organizzare per i giovani buguggiatesi due eventi culturali di spessore e gli sarò sempre grata per il suo aiuto e la sua grande disponibilità, nonostante fosse seduto ai banchi dell’opposizione.
Emanuela Trevisan Ghiringhelli
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