Quando la piccola e fiera Varese guardava negli occhi Milano, senza abbassare lo sguardo.


Sedetevi comodi, vi invito a spendere mezz’ora per leggere questo testo, trascrizione di una trasmissione radiofonica della RAI Radio Audizioni Italia dedicata alla Città Giardino e alla sua provincia. Ieri una macchina del tempo mi ha riportato ai dettati delle elementari, con molta pazienza ho seguito minuziosamente la traccia audio pubblicata in RAI Teche, riportandone parola per parola.
Va da sé che a lettura richieda più attenzione dell’ascolto, per cui ho voluto fare questo lavoro, perché possa essere letta questa bella pagina di storia di Varese e la sua provincia, ricca di emozionanti amarcord.
L’autore e la voce é di Guido Piovene, scrittore vicentino, vincitore nel 1970 del premio Strega con il libro Le stelle fredde e autorevole penna del Corriere della Sera, La Stampa e infine de Il Giornale di Montanelli, mentre le interviste registrate sono a cura di Nanni Saba.

É il 22 gennaio 1955, parte la sigla sulle note della magnifica suite Capriccio Italiano, Op.45 che Pjotr Iljitsj Tchaikovsky dedicò alle melodie popolari italiane. La voce annuncia “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, 14° trasmissione, “Varese-Como-Sondrio” .

Non possiamo salvarci, parlando di città e provincie lombarde, da una cera monotonia. Esse ci costringono a qualche non sgradevole ripetizione. La Lombardia è la regione più ricca e tutte le sue provincie, tranne una, si allineano ai primi posti.
Varese, la seconda provincia lombarda dopo Milano, la prima d’ Italia tra quelle che hanno per capoluogo una città minore.
Questa ricchezza non si deve a privilegi naturali, giacché il suo territorio è in buona parte collinoso o montuoso e di fertilità mediocre.
Qui è dunque l’apice dell’intraprendenza lombarda, l’industria prevale con grande distacco sull’agricoltura, importante ma complementare. Nella percentuale degli addetti all’industria, Varese supera Milano e il numero delle persone, dedite prevalentemente all’agricoltura, é molto basso rispetto alla media italiana, circa il 14%.
Più ancora che a Pavia e a Bergamo, frequente è il contadino-operaio, salariato industriale che coltiva un piccolo fondo solamente per soddisfare i bisogni alimentari della famiglia. Si ha per formazione spontanea, quello che altrove si ricerca mediante l’organizzazione.
La proprietà si è così frazionata, senza generare miseria e la grande proprietà manca.

L’industria del cuoio non è la maggiore della provincia, come spesso si crede, forse a cagione della sua antichità, giacché risale alla metà del ‘300.
Con i suoi tre milioni di paia di scarpe all’anno, sta di dietro a quella di Vigevano, tanto più giovane, ma è forse la più conosciuta d’Italia. Per saperne la ragione, diamo la parola al Presidente del Calzaturificio di Varese, Cavaliere del Lavoro Ermenegildo Trolli: “Dacché secondo me, l’azienda che presiedo è riuscita a creare un’ottima produzione industriale per presentarla al pubblico attraverso un’altrettanto buona organizzazione commerciale. Le ricordo, che noi abbiamo ben 60 filiali, l’organizzazione commerciale si è basata sullo studio accorato delle necessità dei consumatori per ogni singola zona. Faccio un esempio, riferendomi alle misure per le quali si è dovuto fare un approfondito esame. In Sicilia misure piccole, tacchi alti, il numero massimo è il 38. A Bolzano misure grandi, tacchi bassi e così per moltissime altre particolarità. Per quanto invece riguarda la moda, la richiesta è unica in tutta Italia. Certo non siamo stati solo noi ad aver fatto questi studi, ma le assicuro che abbiamo dedicato a queste ricerche, oltre a molto tempo, un’attenzione tutta particolare”.

Più importante è l’industria tessile, soprattutto con i cotonifici di Gallarate e Busto Arsizio, nella pianura al confine del milanese. Va qui notato di passaggio che l’industria tessile, al cui straordinario sviluppo il mercato interno non basta e occorre l’esportazione, è in crisi da oltre tre anni. La concorrenza straniera la batte sui prezzi malgrado l’alta qualità della produzione. I nostri industriali sostengono che non è colpa loro, i costi salgono con la demagogia e con la pressione fiscale e rimproverano al governo un liberalismo eccessivo difronte all’importazione estera.
Dopo l’industria tessile viene la metalmeccanica. Una parte di essa, che prima della guerra si dedicava all’areonautica, oggi si è convertita ai motocarri, ai motoscooters, ai cuscinetti a sfera, senza contare che la produzione areonautica va riprendendo.

Varese è un centro di carrozzieri tra i migliori d’Italia, un tempo fabbricava in modo speciale carrozzerie di lusso, ora anche autobus e vetture la grande turismo. Interpelliamo la proprietaria delle Carrozzerie Macchi, Signora Luciana Sartorelli Macchi: “L’origine è umile, come la maggior parte delle industrie italiane. Dal 1800 circa iniziò con la costruzione di carri agricoli e comuni sciareit. Poi passò alle più famose carrozzerie, apprezzate per la linea elegante e per la loro leggerezza”
(Saba) “E parliamo sempre di carrozze a cavalli…”
(Macchi) “Sempre carrozze a cavalli”
(Saba) “Che tipi produceva?”
(Macchi) “Dunque dal Break, al Tonneau, ai Brugard, ai Landò ed altri tipi. All’inizio del ‘900 la Fratelli Macchi iniziò la costruzione di carrozzerie per auto, seguendo l’evoluzione dei veicoli industriali. Diligenze, pullman, furgoni. All’insegna dello stesso nome sono nati i primi apparecchi dell’aviazione italiana, ancor prima della guerra libica. Dopo l’incursione aerea del 1944 che distrusse in pochi secondi il lavoro di diverse generazioni, si iniziò la ricostruzione della fabbrica fra le molteplici difficoltà e la carenza dei materiali e macchinari. Ora credo di poter affermare che fra le carrozzerie è la più attrezzata e la produzione è di un pullman al giorno”.

Un’altra industria, oltre a quella del cuoio, è di vecchia e illustre origine. La grossa Carta di Varese, a colori e a fiorami per coprire i libri e l’interno dei mobili. Nacque a Bassano nel Veneto, ad opera di un nobiluomo verso la metà del ‘600 e giunse a Varese per un seguito di strane vicende.
Inoltre Varese dà il 90% della produzione italiana di articoli in celluloide; pettini, spazzolini da denti e montature per occhiali.
Ancora più alto è il posto per la produzione di pipe, il 98%. Le pipe esportate dal varesotto sono in bocca dei fumatori di tutto il mondo.
Dopo avere ricordato le sue ceramiche ed aggiunto che i suoi laghi ci danno il pesce persico, la trota, la tinca e il luccio, si può concludere che Varese lavora in modo vario e versatile, così da ripararsi nei periodi di crisi ora con l’una, ora con l’altra produzione. In italia questa è la strada buona.
La popolazione cresce celermente per l’immigrazione. Chi ha pratica del varesotto, l’ha visto trasformarsi sotto i suoi occhi. Villette di impiegati, casamenti operai, sorgono in luoghi che noi ricordiamo romiti, regni di castagne e di lucciole. Negli stessi villaggi d’impronta sette-ottocentesca, nei quali l’eco del Parini sembrava risuonare accanto a quello di Stendhal, s’incontra oggi una folla eterogenea di gente di ogni provenienza e ogni dialetto.
Si è trasformata la città, coprendo la sua vecchia faccia di ricche costruzioni nuove che le danno un aspetto di metropoli in miniatura.
Il Credito Varesino è una delle maggiori banche regionali lombarde.

I negozi di lusso, sotto i portici, di fresca data, non sono provinciali per qualità e prezzi.
A chi la traversa in fretta, Varese si presenta come una città di cuccagna borghese, una città in cui il Natale è perpetuo. Vi risplendono specialmente i salumi, i formaggi, le pasticcerie, i caffè.
Giacché anche l’industria alimentare a Varese è importante.
Porgiamo il microfono a Giuseppe Valenzasca, proprietario di una salumeria: “Io fin quando dò lo sguardo al passato di 15, 20 anni fa, vedo insomma un maggior consumo nei prodotti specialmente della gastronomia.
(Saba) “Maggior consumo di prodotti di qualità.”
(Valenzasca) “Di qualità. Maggior consumo.”
(Saba) “Se le chiedessero la ricetta di un antipasto…”
(Valenzasca) “Oh, una cosa facilissima! Per esempio, non so, una galantina di pollo, un buono spumone di prosciutto cotto. Una cosa facilissima. Va dal salumiere, compera 200, 300, 500 grammi di prosciutto, secondo il loro fabbisogno poi questo lo macinano molto bene, a macchina, le aggiungono una percentuale di… su un chilo di prosciutto cotto 200 grammi di burro, o di mascarpone, o di panna… a seconda della stagione. Poi lavorato bene, cioè amalgamato, impastato bene, deve venire come uno spumone, come si dice, lavorato bene con la frusta, come si dice nel gergo del cuoco, lavorato bene con la frusta poi si aggiunge un pò di cognac e poi si serve anche come piatto di mezzo. Con gelatina, freddo, si mette nello stampo, si mette in frigorifero poi al momento opportuno si leva e si serve. É una cosa molto buona senz’altro e poi un cibo adatto anche anche per i bambini. Perchè cosa vuole… prosciutto cotto e panna o mascarpone, che poi è un prodotto della panna, è una cosa molto buona e che non fa male”

I suoi abitanti tengono alla buona tavola, ma una tavola meno succulenta, meno pastosa, più moderna di quella della Lombardia di pianura.
Provincia industriale, Varese non è rossa, bensì cattolica, liberale e ben pensante. Sono temperati i caratteri, in essi non si avverte quel doppiofondo, quella recondita violenza, quel sottinteso di leggera follia che eccita a lavorare e che talvolta si rivela in modo diverso dalla Lombardia di pianura anche dove prevalgono opinioni conservatrici. L’unico estro di Varese è un pò di contrabbando con la vicina Svizzera, che dà lavoro ai finanzieri.
La bellezza, oggi, bisogna cercarla a Varese in alcuni angoli che resistono ancora dietro la facciata nuova, in alcuni giardini e nell’atmosfera spaziosa. L’aria dolce che circola in Varese, invita ad uscirne e godere una bella natura nel senso più classico dell’espressione, cioè di natura moderata e amena. Le nuove costruzioni non l’hanno sopraffatta e basta allontanarsene qualche centinaio di metri, per ritrovarsi immersi tra villette e colline nella specie più mansueta di natura selvaggia. Stendhal la predilesse. Le colline boscose lasciano scorgere tra i varchi le Prealpi lombarde, meste e meditative. E la catena delle Alpi, lontane, se lo spazio si allarga.
Sette piccoli laghi interni, due grandi laghi, il Verbano e il Ceresio, che bagnano la provincia e il Lario poco lontano, con i loro riflessi spandono un’aria molle e lucente insieme. Il Sacro Monte, con il Santuario in vetta, è presente dovunque. Più che straordinari spettacoli, si ha qui la punta più romantica del paesaggio medio, adatto per la riflessione, tutto velature, sfumato.
Il clima, sempre moderato e piovoso, favorisce la crescita di alberi di una straordinaria bellezza, forse più che in qualsiasi altra zone d’Italia. Per questo il varesotto fu sempre zona di villeggiatura civile. Le ville gentilizie del ‘700 si affiancano alle ville borghesi del secolo scorso, così tra i boschi di castagni e legati alla vita popolare, sorgono le chiesette medievali di pietra grigia, i Santuari contadini, numerosi sui colli prealpini della Lombardia.
Gli speleologhi hanno scoperto nel varesotto una delle zone più ricche per le loro ricerche. I cacciatori trovano selvaggina nelle loro riserve di brughiera, ma forse questa plaga è soprattutto la più adatta alle semplici passeggiate nelle sue zone solitarie, con sentieri che vagano tra boschi e castagni, noccioli e robinie. Accompagna le passeggiate il canto degli uccelli, la nota del cuculo. A primavera il suolo si copre di fiori, primule gialle, madreselve, giunchiglie azzurre, ciclamini, violette e talvolta, più raro, il giglio rosso delle nostre Prealpi.
Un villeggiante dell’antichità è ricordato dall’Avvocato Giulio Moroni: “ Sant’Agostino, ed è un fatto questo assolutamente storico, passò parecchie settimane in una località vicina a Varese e precisamente alla periferia di Varese, a Casciago, da dove si poteva ammirare in tutta la sua bellezza il panorama del varesotto, che è stato ora descritto. Sant’Agostino passò qualche settimana in questa località denominata da lui, nelle sue memorie, Cassiciacum, in attesa che Sant’Ambrogio più tardi gli somministrasse il battesimo e appunto per prepararsi a questa importantissima cerimonia. Che Sant’Agostino abbia passato questo suo tempo nella località di Casciago è autorevolmente confermato in una lettera che Alessandro Manzoni scrisse nel 1845 e ultimamente ancora da uno studio fatto dal compianto Cardinal Schuster, Arcivescovo di Milano”.

La provincia non è tra le più celebri d’Italia per le bellezze d’arte, eppure contiene almeno tre luoghi d’arte di prima grandezza. Castiglione Olona è un grazioso borgo del Rinascimento e la Colleggiata conserva gli affreschi di Masolino da Panicale, fondamentali per la storia della pittura.
Il Santuario di Saronno, ai confini della provincia in direzione di Milano, si visitava per alcuni di quegli affreschi di Bernardino Luini che abbondano in Lombardia e senza spiccare uno per uno sembrano sciogliersi nella grazia lombarda. Meno si badava invece a un affresco della cupola di Gaudenzio Ferrari, sporco di polvere e di fumo. Un recentissimo restauro ha rimesso in onore la più splendente e più ebra composizione d’angeli tramandataci dalla pittura. Oltre 120 angeli dalla capigliatura fulva che suonano, cantano e danzano, disposti in cerchio intorno a Dio con un’ardita varietà di movenze. Vorremmo invitare chi ascolta a conoscere questo capolavoro riscoperto.
Vi è infine il caso unico di Castelseprio. Di antichissime e confuse origini, municipio potente nei secoli prima del mille, Castelseprio comandò allora a un territorio ancora più vasto della provincia di Varese. Fu alleato del Barbarossa finché Ottone Visconti lo fece radere al suolo alla fine del secolo decimo terzo. Di quello splendore non restano oggi che pochi ruderi coperti d’edera e di rovi nella valletta dell’Olona e accanto, la chiesetta di Santa Maria Fuori Porta. Qui nel settimo secolo giunsero dalla Siria, fondandovi un monastero e un ospizio, alcuni monaci missionari orientali delegati a combattere il paganesimo e arianesimo tra il popolo lombardo. Essi affrescarono la chiesa e gli avanzi dei loro affreschi furono ritrovati nel 1947. Il giudizio di Berenson, poi confermato da altri critici illustri, divulgò la scoperta. Il più sbalorditivo ed inatteso documento del secolo più oscuro dell’arte medievale, il settimo secolo, esemplare raro e tardivo della più raffinata pittura impressionistica ellenica. Il luogo dove sorgono la chiesetta e i ruderi, tra colli, prati, boschi e sentieri romiti, è uno di quelli a cui pensavamo dicendo che basta allontanarsi dall’abitato, per trovarsi immersi nell’idillio selvaggio.
E negli affreschi si contempla qualcosa di interamente dissimile dalle idee convenzionali del medioevo. Un vegliardo seduto, un angelo che discende, Sant’Anna coricata dopo partorita la Vergine, il gruppetto dei Magi che offrono i doni al Bambino, schizzati dall’impressionismo ellenistico, ricordano i disegni di figurette mosse colte dal vero del settecento veneziano.

Qui termina la narrazione e le interviste di Guido Piovene dedicate a Varese e al suo territorio. Sono trascorsi 66 anni. Nel 2020 Varese è per ricchezza la dodicesima provincia Italiana e dalla classifica stilata da Il Sole 24 Ore spicca il 96° posto per la Cultura e tempo libero.
Dove sorgeva il Calzaturificio di Varese ora hanno trovato posto gli uffici di Poste Italiane.
Gli stabilimenti aeronautici di Venegono Superiore non si chiamano più Aermacchi ma Leonardo – Aircraft Division e sotto i portici della Città Giardino, dove una volta c’era la gastronomia Valenzasca, ora c’è un negozio di un brand di abbigliamento lowprice del Regno Unito.
Anche il Credito Varesino non esiste più da circa trent’anni, acquisito prima dalla Banca Popolare di Bergamo, quindi all’UBI Banca e ora alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna.
Termino con La Carta di Varese che è stata soppiantata nei nostri mobili e cassetti da una brutta imitazione farlocca. La sua storia varesina, che Piovene liquidava con “giunse a Varese per un seguito di strane vicende”, è stata recentemente ricostruita da Carla Tocchetti nel il libro La Carta di Varese, fascino e splendoreedito dalla Pietro Macchione Editore.

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

3 risposte a "Quando la piccola e fiera Varese guardava negli occhi Milano, senza abbassare lo sguardo."

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  1. Grazie Manuela per la interessante trascrizione.
    Mi ha ricordato molte cose.
    E mi ha indispettito il ricordo di alcune stupidaggini storiche compiute a danno di Varese e piu’ ancora del varesotto, e la sua provincia piu’ remota, dalla idiozia saccente e dall’interesse economico cieco avido ed obnubilante di una classe dirigente statale indegna di tal nome.
    Ma che non fu l’unica a distinguersi per cortezza di vista ed irresponsabilita’, purtroppo: la saccenza era anche diffusa a tutti i livelli e le conseguenze le paghiamo ancor oggi, anzi , sopratutto oggi.
    Faccio un esempio stupidissimo nella sua sciocchezza: citano il pesce persico. Giustamente!!
    Per me, che ho pescato – e mangiato – persici da bambino, chiamare pesce persico quello che c’e’ nel lago al giorno d’oggi e’ un insulto!
    Ah quei filetti di allora, impanati, o anche col risotto, che poesia!
    Quelli di oggi hanno carni che sembran quelle delle “piotte” che pescavo allora: il persico dallla carne magra e saporita di allora non c’e’ piu’; quello di oggi ha filetti spessi innaturali, e di carne mucillaginosa … orrore!
    Per non parlare dei gamberi che allora trovavo nei torrenti!
    Oggi tutto questo e’ stato soppiantato da altre specie non autoctone.
    Perche’? perche’ ” producevano di piu’!” .
    L’avidita’ e’ sempre ignorante, lo dimostrano i fatti.
    I bambini troppo avidi facevano una indigestione: mal di pancioa, una purga e tutto finiva li’ …
    Ma da adulti, invece della indigestione, fanno danni, danni grossi che loro non pagheranno, ma gli altri che verran dopo si’! Ricordate la figura del cumenda che c’aveva l’operaio fidato che andava ad aprire gli scarichi delle porcherie nel fiume di notte? Quanti di questi scarichi abbiam visto da bambini? E adesso? Adesso Amen!
    Pensa, Manu, a quante storie di derive verso destini immeritati vi sono nelle nostre belle zone! (ma anche nel resto d’Italia!)
    Sai ad esempio che la stazione di Luino era gemella della stazione centrale di Milano?
    Sai l’impoortanza che aveva la linea Gottardo-Bellinzona-Luino-Mortara-Genova?
    Era l’accesso al mare mediterraneo del Nord Europa …
    L’inadempienza miope (o voluta) dell’Italia all’accordo con la Svizzera porto’ loro a spostare la ferrovia verso il sottoceneri – allora poverissimo – e Chiasso Como, ed al conseguente degrado del ramo ferroviario esistenze, con lo smantellamento delle strutture commerciali e turistiche relative nel luinese.
    Non vado oltre, avro’ certamente sollecitato la tua curiosita’; o almeno spero.
    Ciao, un abbraccio

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  2. Sono arrivato a Varese dal Salento Pugliese verso la metà degli anni 50, avevo undici anni; il primo impatto che ricordo, il verde. Già il “verde” della Città giardino. Oggi ho quasi ottant’anni. Ma quanti bei ricordi, ho abitato in Via S. Martino per molti anni. Grazie signora o signorina, leggendo queste pagine mi hanno riportato alla mia felice giovinezza a Varese. GRAZIE.

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    1. Buonasera Sig. Zinzi, sono felice di aver evocato in Lei piacevoli ricordi della Sua giovinezza. La ringrazio di cuore per l’apprezzamento del mio scritto.

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