A te, povero Elleboro montano, veder non lice dell’estate il sol (Pietro Gori)


C’è un fiore che mi ricorda i nostri trekking invernali, quando nelle giornate limpide salivamo sul Poncione di Ganna per ammirare i meravigliosi panorami a 360° per poi proseguire verso il Monte Minisfreddo e il monte San Bernardo, dove non mancavo di lasciare un pensiero sul quaderno custodito nel capitello della statua dedicata al Santo da Mentone, fatta erigere dagli escursionisti di Bisuschio nel 1933.
Nei primi mesi dell’anno, quelli più freddi, questi sentieri boschivi erano costellati di splendidi e candidi fiori di Elleboro che mi affascinavano per la loro bellezza e conosciuti anche come Rosa di Natale, grazie a una leggenda che narra di una pastorella, che vedendo i preziosi doni che i Magi portarono a Gesù nella grotta di Betlemme, si disperò perché non aveva nulla da offrire al Bambinello. Si mise a piangere sommessamente e dalle sue lacrime nacquero sul terreno dei fiori bianchi con antere dorate, le Rose di Natale.
Il suo nome botanico, Helleborus pare sia di origine greca e derivi da Hellèboros, il fiume che attraversa la città di Antkyra nel golfo di Corinto, dove nell’antichità si utilizzava una pianta dello stesso genere, l’Helleborus orientalis per curare la pazzia. In seguito gli antichi greci usavano l’espressione “hanno bisogno dell’Elleboro ” per indicare i folli e i malati di mente. Secondo una leggenda Eracle, figlio incestuoso di Zeus, guarì dalla pazzia proprio grazie a questa pianta.
La mitologia greca narra di un pastore di nome Melampo, indovino e guaritore, che osservando il proprio gregge che si purgava mangiando piante di elleboro, pensò di somministrarne alle figlie di Preto, l’allora re di Argo, colpite dalla follia e le guarì, guadagnando come ricompensa la mano di una principessa e una parte del regno.
Anche Gabriele D’Annunzio lo cita come rimedio contro la pazzia nella tragedia La figlia di Iorio, nel passaggio «Vammi in cerca dell’Elleboro nero, che il senno renda a questa creatura».
Si narra che antichi filosofi dell’Ellade ricorressero ai principi di questa pianta per raggiungere uno stato ipnotico, molto simile alla meditazione profonda, mentre secondo un’antica leggenda inglese, spargete la polvere della radice di Elleboro mentre si cammina, questa abbia il potere di rendere invisibili. Famoso è l’uso particolare che ne fece Paracelso, famoso medico e alchimista svizzero, usando le sue foglie per la preparazione di un elisir di lunga vita. Dagli anni 50 fino alla fine degli anni 60 in alcuni paesi della bergamasca in Val Cavallina, dove l’elleboro veniva chiamato in dialetto “fiùr del lüf “, si svolgeva un florido commercio dei fiori. Anche i bambini li raccoglievano e li portavano nel punto di raccolta locale dove venivano selezionati e poi contati, prima di inviarli ai grossisti della città meneghina e nella vicina Svizzera, dove era proibito raccogliere l’elleboro ma ne era consentita la vendita. Per ogni fiore ricevevano un centesimo di ricompensa, una piccola somma che in quegli anni di stenti servivano per comprare i quaderni e quando il raccolto era abbondante potevano concedersi anche qualche caramella.
L’elleboro è il fiore ideale da regalare a chi sta intraprendendo un percorso di cambiamento, in quanto nel linguaggio dei fiori è simbolo di rinascita e liberazione da qualsiasi situazione, anche poco gradita.
Desidero terminare con la bella poesia scritta nel 1882 dal poeta e giornalista messinese Pietro Gori e dedicata alla Rosa di Natale.

ELLEBORO

Alfin t’ho scorto, desiato fiore,
alfin piangente chiederti potrò
che tu lenisca il barbaro dolore
che i ridenti giorni avvelenò.

Chè tu cresci qual me: negletto e solo
vesti l’ajuole che l’algor sfiorì,
qual me, che in mezzo allo sconforto e al duolo
trascorro solitario i mesti dì.

A te, povero Elleboro montano,
veder non lice dell’estate il sol,
non lice a me di stringer quella mano
che tanto mi fu prodiga di duol.

Ahi pazzo! troppo in alto collocai
la mia fè, la mia speme, il mio desir.
Ahi pazzo! Che in amor non ricordai
esser lungo il penar, breve il gioir.

La mia mente vacilla e l’intelletto
s’oscura; abbi tu, o fior, di me pietà,
appresta alle mie labbra il succo eletto
che nelle foglie tue celato sta.

Sanami, o almeno sulla tomba mia
schiudendoti del sol ai raggi d’or,
addita a lei, come per lei morìa
non un pazzo, ma un martire d’amor.

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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