Dai Colli Euganei agli affetti rubati dalla Quarta Sponda


Chissà quante persone custodiscono fotografie come questa, pezzi di storia e ricordi che, al di là dell’apparenza, possono risvegliare sentimenti di tristezza.
E’ il caso di questo ritratto della famiglia di mio papà, in piedi davanti alla mamma che gli teneva la mano sulla spalla e scattata in Libia, ai bordi di quell’ampio appezzamento di terreno semidesertico che nonno Antonio lavorava per renderlo fertile, spaccandosi la schiena.
Tutti in posa davanti al fotografo, vestiti con gli abiti buoni della festa, i miei nonni che non riescono nemmeno ad abbozzare un timido sorriso di circostanza e anche i quattro figli minori hanno un’espressione quasi smarrita, consapevoli che da lì a qualche giorno sarebbero stati allontanati dai loro genitori.
Tempi di grande povertà quelli degli anni ’20 e con un domani che non lasciava sperare nulla di buono, ma nonostante tutto mio nonno non pose limiti alla provvidenza e mise al mondo ben sei figli, che allevò con grande dignità e tanto amore.
Non era cosa facile mantenere una famiglia numerosa coltivando le campagne dalla bassa padovana, così nel 1938 nonno Antonio colse l’opportunità di dare un futuro migliore ai sui figli, lasciando i tanto amati Colli Euganei per trasferirsi in Cirenaica assieme agli altri primi 20.000 coloni, per la maggior parte veneti, portati da Italo Balbo con la garanzia che la Libia sarebbe diventata la loro terra promessa, una chimera destinata a svanire molto presto.
Mio papà mi raccontava che vivevano in due grandi locali, una cucina e una camera dove dormivano tutti assieme, della casa colonica adiacente ai campi che mio nonno coltivava con l’aiuto del figlio maggiore Rodolfo e senza contare le ore di duro lavoro sotto il sole cocente.
La scuola era distante sette chilometri, così mio nonno acquistò un piccolo asinello sul quale due figli alla volta si alternavano in groppa nei tragitti di andata e ritorno, una bestiola che non era considerato solo un mezzo di trasporto dai quattro fratelli, bensì un amico davvero speciale.
Non oso pensare quanto abbiamo sofferto e pianto i miei nonni quando quel 7 giugno 1940, qualche giorno dopo essere stati ritratti nel bel quadretto di famiglia, i quattro figli più giovani vennero prelevati, portati a Bengasi e imbarcati su una delle tante navi della Marina Militare in partenza alla volta di Napoli e con a bordo migliaia di altri bambini e ragazzi italiani (circa 13,000) strappati ai genitori per quella che doveva essere solo un’estate trascorsa nella loro terra d’origine.
Il loro ritorno in Italia li vide proiettati nella seconda guerra mondiale, sbarcarono tre giorni dopo nella città partenopea e vennero rapidamente smistati nelle varie colonie della Gioventù Italiana del Littorio, dove vi rimasero fino alla fine del conflitto bellico. Mio padre di 11 anni e la sorellina Agnese, di soli 7, vennero destinati in una struttura GIL sull’Appennino abruzzese, mentre gli altri due fratelli Romualdo e Gerardo, di 13 e 15 anni, sulla riviera romagnola, senza mai ricevere notizie gli uni degli altri e tanto meno dei genitori rimasti in Libia.
Mio padre fece sempre tutto il possibile per rimanere molto vicino alla sorellina, scappando nelle ore di ricreazione per raggiungerla nella colonia femminile, consolandola e coccolandola anche per pochi minuti, attimi che contribuivano a rincuorarsi a vicenda, piccole e innocenti fughe che spesso pagava con dure punizioni quando veniva scoperto.
Tanto aveva patito per il distacco dalla sua famiglia, che papà mi raccontava raramente della sua permanenza nella colonia abruzzese, dove veniva anche sottoposto anche a lunghe e dure marce stile militare, privandolo della spensieratezza e del calore familiare di cui ogni ragazzino avrebbe avuto diritto.
La secondogenita Antonietta, che in Libia si sposò e diventò mamma di Carmela, riuscì a rimpatriare e raggiungere il Veneto prima dell’armistizio grazie all’aiuto della Croce Rossa Italiana e in attesa di ritrovare il marito arruolato nell’esercito.
Ogni tentativo di mio papà di riunirsi assieme ad Agnese con gli altri fratelli fu vano, un sogno che si realizzò solo alla fine della guerra grazie al prezioso aiuto di uno zio, Giovanni, fratello di nonna Ida, che si prese la briga di cercare i nipoti sparsi nelle colonie GIL, che ritrovò con molta fatica e li ricongiunse ai miei nonni e al primogenito Rodolfo quando vennero rimpatriati, ospitando tutta la famiglia nella sua casa di Milano finché non venne loro assegnato un alloggio popolare a Quarto Oggiaro, dove si stabilirono definitivamente, cercando di dimenticare quella fantomatica terra promessa che si rivelò come il peggiore degli incubi.
Ho perso nonno Antonio quando avevo 6 anni, mentre nonna Ida è mancata quando ne avevo 18 e nei suoi racconti non ha mai menzionato la Libia, forse per non risvegliare l’atroce dolore di una mamma che non ha potuto crescere i propri figli e soprattutto saperli lontano in tempo di guerra e senza avere loro notizie.

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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