Benvenuto maggio, tra riti pagani e tradizioni dimenticate.


Quanti riti e antiche tradizioni si intrecciano nella notte del 30 aprile, tutte di origine pagana e con il comune denominatore di celebrare l’esaltazione della vita e della rinascita che si rinnova con la natura della primavera inoltrata, accendendo falò notturni e intonando canti propiziatori per la purificazione del bestiame e per invocare l’abbondanza dei raccolti estivi.
Per i tedeschi è la notte della Valpurga, cantata anche da Johann Wolfgang von Goethe nel Faust, diventato anche un’opera lirica, il Mefistofele di Giuseppe Verdi su libretto di Arrigo Boito. Nella notte della vigilia del primo maggio le streghe uscivano dai loro rifugi per esibirsi in canti e balli in onore della luna sul monte Blocksberg, la cima più alta delle montagne dell’Harz. Il nome di questa festa tradizionale ha origine da Valpurga di Heidenheim, la monaca inglese dell’VIII secolo e vissuta in Bavaria, divenuta santa e venerata il 1º maggio.
Di origine celtica è la notte delle Beltane, la Festa del dio Belenos, dio virtuoso, a cui venivano dedicati i falò accesi al tramonto e attorno al quale si trascorreva la notte cantando e ballando. Secondo la tradizione celtica e come per il Samhain, si aprivano le porte del Sidhe e ne escavano creature incantate, fate e folletti, ma secondo le leggende del Beltain gli eroi avevano la meglio sugli incantesimi.
Nel sud Europa è il Calendimaggio e proprio nella provincia di Varese, in quel di Marzio, piccolo paese a cavallo tra la Valganna e la Valceresio, per oltre due secoli si celebrava il Canto del Maggio. La sera del 30 aprile i giovani della comunità andavano alla ricerca di un ramo di ciliegio selvatico in fiore e lo addobbavano con i nastri e i fiocchi che una volta usavano le ragazze per abbigliarsi. Il primo maggio questo ramo fiorito e adornato veniva portato di casa in casa dalle ragazze e ragazzi che intonavano il Canto del Maggio, che un tempo era differenziato da famiglia a famiglia e con strofe suggerite dal parroco, o dal sindaco, oppure dalle maestre. Gli abitanti offrivano loro uova e salumi in segno di ringraziamento, doni che venivano messi a disposizione della comunità, preparando una grande frittata che veniva consumata in compagnia, trasformando la serata in una grande festa popolare.
Con il tempo sempre più famiglie hanno abbandonato l’allevamento degli animali da cortile, così le uova sono state sostituite da piccole somme di denaro che i ragazzi raccoglievano e venivano utilizzati per fare un pellegrinaggio alla Madonna di Caravaggio.

Sono tutti rituali che introducono il mese dedicato alla Madonna dal 1725, quando il padre gesuita Annibale Dionisi pubblicò a Parma uno scritto con lo pseudonimo di Mariano Partenio che così recitava: «Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei». Due secoli più tardi, il 29 aprile 1965, anche Paolo VI, nell’enciclica Mense Maio, indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia».
Ho ancora vivido il ricordo della mia infanzia, quando nel mese mariano all’asilo ci facevano disegnare un fiore per ogni fioretto che dedicavamo alla Madonna, tradizione mantenuta anche nei primi tre anni delle elementari, oltre ai canti che intonavamo davanti alla piccola statua di Maria nel cortile della scuola. Non ho figli o nipoti e non so se c’è ancora questa usanza tra i bimbi di fede cristiana di fare dei fioretti nel mese di maggio, che al di là del significato religioso, avrebbe comunque la valenza educativa di abituarsi a piccole rinunce.
Salutando il mese di maggio, voglio dedicare alla Madonna questi due scatti, un piccolo affresco sulla facciata di una vecchia casa di Dobbiate, frazione di Daverio e l’edicola della Madonnina di via Cottalorda ad Azzate, prima che venisse restaurata.

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

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