Chi si ricorda di Chissà chi lo sa? Non dimenticherò mai quel giorno alla corte di Febo Conti.


Qualche tempo fa a Mezzogiorno in famiglia si è perlato di una trasmissione per ragazzi, Chissà chi lo sa, che andava in onda nel tardo pomeriggio del sabato nel periodo compreso dal 1961 a maggio 1972, presentata da Febo Conti e alla quale partecipavano concorrenti di scolaresche italiane. Ascoltando questo ricordo del programma RAI, ho sentito un brivido scorrere lungo la schiena, rivivendo nel ricordo le lunghe ore di registrazione dell’ultima puntata alla quale avevo partecipato come concorrente della squadra dell’Istituto Maria Consolatrice di Milano. Un’esperienza intensa e bellissima. Questo ultimo appuntamento della fortunata trasmissione era uno special dedicato alla musica classica e operistica, che ci vedeva contrapposti al Conservatorio di Cesenatico che, almeno sulla carta, ci avrebbe dato filo da torcere in quanto “giocavano in casa” per via delle materie richieste. La nostra scuola era stata scelta per l’alta preparazione in educazione musicale a cura di una dolcissima e preparata religiosa, Suor Luisa Angelica, che a sua volta aveva riposto in me la sua fiducia per l’ormai rinomata conoscenza in materia, in quanto cresciuta sin dall’infanzia sulle note delle melodie verdiane e di tutti i maggiori compositori del panorama lirico e classico europeo. A quell’età infatti ero considerata un piccolo mostro. Facendo cadere la puntina del giradischi a caso sul 33 giri, riconoscevo l’opera o il brano classico nell’arco di poche note con grande stupore della mia insegnante, ma nulla di che per una bimba che sin dai primi giorni di vita si addormentava sulle note dell’ouverture de La Traviata o di altre melodie classiche.
Quasi comico era stato uno dei primi giorni di asilo, quando la maestra aveva chiesto a tutti i bambini della classe di canticchiare un pezzetto della canzoncina preferita e al mio turno avevo “stonato” un Và pensiero sull’ali dorate, lasciando allibita l’insegnante che non sapeva se ridere o piangere.
Se c’è una persona che ha un merito di tutto questo è mio zio Alfredo, che mi aveva allevato per i miei primi otto anni non limitandosi a farmi ascoltare la musica classica e operistica, ma recitando anche i testi delle romanze per farmi meglio comprendere il libretto dell’opera.
Avevo una venerazione per Giuseppe Verdi e non appena imparato a leggere discretamente, avevo letto più volte un libro sulle sua vita scritto da Luigi Orsini, al punto di impararlo quasi a memoria. E così che un giorno a scuola, decidevo di dedicare il tema libero di un compito in classe al Maestro di Busseto, scrivendo per ore e ore, sforando l’orario a disposizione, ma i professori mi lasciarono fare incuriositi da quanto stavo scrivendo. Il mio tema (ndr: link al testo) non era grammaticalmente esemplare, tutt’altro, ma aveva colpito i docenti per la completezza delle informazioni citate. Suor Luisa Angelica decise di inviarlo per conoscenza al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, che mi omaggiarono con qualche biglietto gratuito ai concerti, un regalo che mi riempì di gioia. Torniamo a Chissà chi lo sa. La partecipazione prevedeva una dura preparazione, gli autori della trasmissione ci avevano imposto una particolare attenzione alla suite Quadri da un’esposizione di Modest Petrovič Musorgskij, autore che fino a quel momento conoscevo solo per la maestosa opera Una notte sul Monte Calvo. Non era stato facile imparare a riconoscere i dieci acquarelli dell’artista Viktor Aleksandrovič Hartmann che ispirarono il compositore russo e separati tra loro dalla celeberrima e ripetitiva Promenade. La mattina della registrazione un pulmino della RAI era venuto a prenderci presso l’Istituto, ci portarono alla sede di Corso Sempione dove ci fecero ascoltare in cuffia per l’ultima volta la suite di Musorgskij, quindi ci trasferirono negli studi della Fiera di Milano, dove, dopo un veloce pranzo alla mensa, iniziò la registrazione. Le domande erano toste, date e luoghi delle prime rappresentazioni operistiche, dovevamo essere celeri a riconoscere dalle prime note gli strumenti musicali, i brani di musica classica, oppure i famosi quadri della Suite e non era facile tener testa ai nostri avversari del Conservatorio che per loro si trattava di pane quotidiano. Ospiti della trasmissione erano il violinista Salvatore Accardo, superlativo come sempre, che ha catalizzato la mia attenzione con i suoi virtuosismi e il chitarrista dei Capsicum Red, un certo Red Canzian che in quel momento mi era passato inosservato e solo un anno dopo è entrato a far parte dei Pooh, affermandosi quale uno dei più grandi bassisti italiani. Abbiamo vinto la puntata con grande soddisfazione, mamma RAI ci aveva premiate con due volumi dell’Enciclopedia Universale Garzanti, mentre la Preside dell’Istituto donando ad ognuna di noi un pendente a forma di ghianda in diaspro marrone e racchiuso in foglie d’argento. Un’esperienza fantastica, indimenticabile e soprattutto orgogliosa di aver partecipato ad una trasmissione culturale della televisione nazionale. Da squadra vincente, l’anno successivo avremmo dovuto partecipare alla prima puntata della subentrante trasmissione Scacco al Re, condotta da Ettore Andenna, ma alla fine la chiamata non è arrivata. Come spesso accade non tutti i mali vengono per nuocere, perchè in quei mesi d’attesa presso Istituto avevano organizzato un corso avanzato di scacchi, gioco al quale forse non mi sarei mai avvicinata se non ci fosse stata questa occasione.

Emanuela Trevisan Ghiringhelli

(foto tratta da http://www.istitutodineuroscienze.it/newsletters/prof-stefano-pallanti-nel-chissa-sa/)

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